
Rashid Johnson: l’ansia come traccia del contemporaneo
Con la sua pittura viscerale e simbolica, Rashid Johnson esplora l’ansia come condizione esistenziale dell’individuo e della società moderna, trasformando il dolore in atto di resistenza.
Nato a Chicago nel 1977, Rashid Johnson è una figura di riferimento nell'arte contemporanea americana, noto per la sua pratica poliedrica che abbraccia una vasta gamma di media. Il suo lavoro esplora le intersezioni tra la storia dell'arte, l’identità culturale – sia individuale che collettiva –, la narrazione personale, la letteratura, la filosofia, la materialità e la storia. Johnson ha conseguito una laurea in Fotografia al Columbia College di Chicago e ha proseguito gli studi con un master alla School of the Art Institute di Chicago. La sua pratica artistica si è rapidamente ampliata oltre la fotografia, includendo scultura, pittura, disegno, cinema e installazione, sviluppando un approccio complesso e multidisciplinare che integra ricchi simbolismi e una storia personale attraverso una vasta gamma di materiali.
Il lavoro di Johnson si distingue per l'uso narrativo di oggetti e materiali quotidiani, spesso tratti dalla sua infanzia, che sono intrisi di significato culturale e personale. Le sue opere più recenti esplorano temi esistenziali come l'ansia collettiva e personale, il turbamento interiore e l'ambiguità degli spazi di transizione o liminali. Attraverso questa prospettiva, Johnson invita a una riflessione profonda sulle complessità dell’identità e dell’esperienza umana, utilizzando l’arte come mezzo per esplorare le dimensioni emotive e psicologiche della vita contemporanea.
In Anxious Red Painting December 18th, Rashid Johnson si confronta con l’espressione viscerale di una condizione esistenziale che travolge l’individuo contemporaneo: l’ansia. Con il suo caratteristico uso del rosso vibrante e l’approccio intimista alla tela, l’opera non è solo un atto pittorico, ma un'indagine sull’istante psichico in cui l'essere umano è sospeso tra la presenza e l'assenza di sé. Non si tratta di una mera rappresentazione di un'emozione, ma piuttosto della costruzione di uno spazio che riflette il conflitto interiore, l’incertezza e l'inquietudine che definiscono la nostra esperienza odierna. La tela, realizzata nel 2020, Untitled anxious red painting, esplora la tensione tra il corpo e la mente, evocando un tumulto interiore che non si risolve mai completamente.

L’ansia che permea il quadro non è un sentimento momentaneo, ma una condizione cronica, intima, che rifiuta ogni soluzione definitiva. L’uso di un rosso squillante, che domina l’opera, diventa non solo un’espressione di violenza emotiva, ma anche una metafora di un mondo che, pur essendo estremamente connesso e iperprodotto, resta però inaccessibile, incapace di calmare le preoccupazioni che tormentano la psiche. La tecnica di Johnson, che impiega oli e resine sulla tela, non è solo un mezzo espressivo, ma una riflessione sul tempo stesso. Ogni pennellata sembra un atto di resistenza, un modo per emergere dalla marea di incertezze senza mai riuscire a emergere completamente. La superficie dipinta non si offre al nostro sguardo come una visione chiara o risolutiva, ma come un campo di battaglia, un continuo allontanarsi da una comprensione definitiva di sé e del mondo che ci circonda. Questo riflesso del conflitto interiore viene accentuato dalla dimensione temporale dell’opera, che porta lo spettatore a riflettere sulla durata di un'emozione non solo personale, ma collettiva, che si insinua nella modernità come una condizione universale e senza scampo.
Nell’analizzare l’opera attraverso una lente critica, emerge la consapevolezza che l'ansia in Anxious Red Painting December 18th non è solo un sintomo dell’individuo, ma un riflesso della nostra società. La modernità, con il suo incessante bombardamento di stimoli, la costante ricerca di performance e di successo, ci ha imposto una condizione esistenziale di frenesia e instabilità. Johnson cattura questa instabilità, ma senza cercare una risoluzione, senza l’illusione di un recupero del controllo.
La tensione tra il rosso ardente e l’assenza di una forma definita è una critica potente alla nostra incessante corsa verso una stabilità che non esiste più, un invito a confrontarsi con l’impossibilità di una risoluzione definitiva.Il modo in cui Johnson lavora la tela, senza un punto di riferimento fisso, amplifica la discontinuità che caratterizza la nostra realtà. L’opera suggerisce una riflessione sulla fluidità dell’identità contemporanea, che sfugge alle definizioni rigide e si dissolve continuamente in un mare di incertezze. L’ansia, in questo contesto, diventa il motore di una riflessione più ampia, un commento sociale sulla società odierna, dove il senso di insicurezza e di inadeguatezza pervade ogni ambito della vita.
Nell’opera di Johnson, l'ansia si manifesta come una forza potente e inevitabile, una condizione che non può essere razionalizzata né contenuta. Non c’è fuga, né soluzione facile. La tela non è solo un’espressione della sofferenza interiore, ma un atto di ribellione contro la razionalità che tenta di etichettare o risolvere il caos emotivo. Il rosso diventa, quindi, non solo il colore dell’inquietudine, ma anche quello della resistenza: una resistenza alla normalizzazione, alla tranquillità fittizia, e alla capacità della società di continuare a proiettare un’immagine di perfezione irraggiungibile.

Alla fine, Untitled anxious red painting è più di un’opera d’arte. È una meditazione sulla condizione dell’umanità in un’epoca che, pur essendo più connessa che mai, ha smarrito il senso di tranquillità. L'opera di Johnson non si limita a rappresentare un’emozione, ma interroga lo spettatore, lo spinge ad affrontare la realtà della propria ansia esistenziale. L’arte diventa così una via per riconoscere e resistere a un malessere che non può essere eliminato, ma che, nell’affrontarlo, acquista un significato.
Immagine di copertina: Rashid Johnson, Anxious Red Painting December 18th, 2020
Figlia adottiva di Milano ma nata in Campania. Ne ho raccontato la cultura viscerale, i suoi eccessi sentimentali, il culto del quotidiano e del sacro. Scrivo di arte, moda, cibo, rabbia, eretismo psichico e polemiche sterili. Ho scritto di corpi queer, sangue nell’arte, edicole non ordinarie e di amore. Mi piacciono le parole complesse, la frutta matura e i flussi di coscienza.