
Tecnologia terapeutica: realtà virtuale aumentata contro il dolore e l'isolamento
Come la realtà immersiva trasforma la sanità, il benessere e la qualità della vita
Grazie alla specializzazione della medicina, è stato possibile mirare sempre più precisamente ai sintomi e alle malattie, trasformando patologie un tempo fatali in condizioni croniche gestibili. Tuttavia, la cronicità porta con sé un carico complesso di cure, visite, esami e somministrazione di farmaci spesso a vita. In questo scenario si è affermato il concetto di medicina di precisione, che ha rivoluzionato l’approccio terapeutico, consentendo trattamenti più efficaci e personalizzati. Ma se da un lato questa evoluzione ha portato a risultati straordinari, dall’altro si è spesso perso di vista l’elemento umano.
Accade di frequente che gli effetti collaterali di terapie mirate compromettano profondamente la qualità della vita del paziente, generando disturbi secondari che incidono sia fisicamente che psicologicamente. Problemi di circolazione, irritazioni cutanee persistenti, affaticamento cronico: questi fenomeni, noti come effetto fuori bersaglio, diventano una costante nella quotidianità del paziente e rendono il percorso di cura ancora più gravoso. Negli ultimi anni, però, il concetto di cura personalizzata si è ampliato, affiancando alle terapie farmacologiche strumenti innovativi in grado di migliorare il benessere complessivo della persona. Tra questi, la realtà virtuale e la realtà aumentata stanno emergendo come soluzioni di supporto sempre più integrate nei percorsi di cura.
Le tecnologie immersive stanno trovando applicazione in molteplici contesti, dall’isolamento forzato a seguito di un trapianto alle lunghe sedute di terapia infusionale, dalle degenze ospedaliere prolungate ai programmi di riabilitazione fisica e psicologica. Diversi studi scientifici hanno dimostrato l’impatto significativo della realtà virtuale sulla riduzione del dolore, dell’ansia e della depressione nei pazienti ospedalizzati. Una ricerca condotta presso il Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles ha rilevato una riduzione del dolore percepito del 24% e una diminuzione dell’ansia pre-operatoria del 40% nei pazienti che utilizzavano esperienze immersive. Al Massachusetts General Hospital, invece, i pazienti oncologici sottoposti a chemioterapia hanno riportato un miglioramento del benessere psicologico e una minore incidenza di effetti collaterali legati allo stress. L’isolamento sensoriale, caratteristico di molte situazioni cliniche, amplifica la percezione del dolore e dell’angoscia. In ambienti privi di stimoli, la mente tende a focalizzarsi sulle sensazioni negative, rendendo l’esperienza della malattia ancora più pesante. La realtà virtuale interviene interrompendo questo meccanismo, offrendo esperienze immersive capaci di distogliere l’attenzione dal dolore e ridurre il carico emotivo associato alla malattia.

A questo punto sorge spontanea una domanda: quali contenuti vengono inseriti all’interno dei visori per ottenere questi benefici? Già negli anni Ottanta, il professore svedese Roger Ulrich dimostrò che i pazienti ospedalizzati che avevano accesso alla vista di paesaggi naturali mostravano tempi di recupero più rapidi e necessitavano di una minore somministrazione di analgesici. Seguendo questa intuizione e la divulgazione sempre più massiccia di questo sapere, i primi progetti di realtà virtuale o aumentata in ambito medico hanno puntato sulla creazione di ambienti naturali immersivi, in grado di favorire il rilassamento e migliorare il benessere psicologico. Un esempio pionieristico è stato sviluppato a Dublino con il progetto Open Windows al Danis Brukitt National Blood and Bone Marrow Transplant Unit presso l’ospedale St. James.
L’intuizione nasce da un progetto precedente in cui il professor McCann, ematologo e direttore del reparto, ha fatto dipingere le mura del reparto all’artista Eric Galvin. Vengono dipinte a quadratini riprendendo i colori delle squadre di calcio; sport molto sentito nel paese e che potesse coinvolgere emotivamente in un qualche modo tutti.
Nel 2005, si vuole fare un passo in avanti su queste progettazioni: nasce Open Windows volto anche qui a migliorare la qualità di vita dei pazienti sottoposti al trapianto del midollo osseo. Lo scopo era quello di ridurre l'isolamento fisico ed emotivo dei pazienti ricoverati in un reparto caratterizzato da rigide norme igieniche, spazi limitati e alti rischi di infezioni. Il reparto, situato al piano terra, non offriva una vista gradevole, aggravando il senso di angoscia e tristezza nei pazienti, già debilitati dalle lunghe degenze. L'idea di Open Windows nasce proprio da un episodio in cui un paziente chiese una pianta per abbellire la finestra della sua stanza, stimolando l'idea di portare il mondo esterno all'interno del reparto. Questo fiore però era stato solo al singolo ricoverato e non a tutti. Ciò ha fatto sentire molto l’esigenza a cambiare le cose.
Attraverso l'uso di proiettori collegati a telecamere posizionate all'esterno, il progetto è riuscito a trasmettere in tempo reale immagini di paesaggi naturali, scene marittime, fiori e addirittura momenti significativi della vita dei familiari dei pazienti, come la nascita di un figlio. Questa esperienza, che permetteva di vivere momenti contemplativi e rilassanti, si rivelò particolarmente efficace nel migliorare il sonno e nel ridurre lo stress, l’ansia e la depressione, in un contesto di cura già complesso. I pazienti potevano interagire facilmente con i contenuti grazie a un telecomando intuitivo, scelto per adattarsi alle condizioni di salute fragile.
Il progetto Open Windows fu il primo studio clinico di ripensamento d’ambienti e uso di tecnologie in un contesto sanitario, ponendo le basi per l'uso della realtà aumentata come strumento terapeutico integrativo. I risultati furono straordinari, non solo per l’impatto emotivo sui pazienti, ma anche per l'introduzione di un modello innovativo di cura che, bisogna ricordarsi, è stato ideato e provato prima della diffusione dei social network e delle tecnologie immersive. Questo studio rappresenta una pietra miliare nell’evoluzione delle tecniche terapeutiche, dimostrando come l’arte, la tecnologia e la medicina possano convergere per alleviare il dolore e migliorare il benessere psicofisico, introducendo nuove possibilità per il trattamento delle patologie gravi.
Una seconda esperienze tra le più significative che coniugano arte, AR (augmented reality) e cura emerge Illuminart, un progetto sviluppato dall’associazione Art dans la Cité con sede a Parigi. Questa iniziativa si propone di trasformare le stanze di degenza attraverso installazioni luminose e immersive, creando spazi in cui la bellezza artistica si intreccia con il benessere del paziente. Grazie all’uso di proiezioni digitali e realtà immersiva, i reparti ospedalieri si trasformano in scenari visivi suggestivi, riducendo il senso di alienazione e migliorando la percezione dell’ambiente di cura. L’esperienza sensoriale che ne deriva non solo attenua lo stress e l’ansia, ma stimola anche un coinvolgimento emotivo e cognitivo che può favorire il recupero psicofisico. Studi condotti in questi contesti ospedalieri hanno dimostrato che l’introduzione di elementi artistici interattivi porta a una riduzione significativa dello stato di agitazione nei pazienti, contribuendo a umanizzare l’esperienza della malattia. Con Illuminart, l’arte non è più confinata agli spazi museali, ma diventa parte integrante del percorso di cura, restituendo ai pazienti un senso di meraviglia e di connessione con il mondo esterno, anche nei momenti più difficili.

Spostiamoci ora nei Paesi Bassi, ad Amersfoort. SyncVR Medical, ha dimostrato come la realtà virtuale sia uno strumento sempre più efficace nella gestione del dolore, del recupero fisico e del benessere psicologico. La loro piattaforma è attualmente implementata in oltre 250 ospedali e copre più di 30 specialità mediche, tra cui pediatria, neurologia, oncologia e psichiatria. Grazie a un’ampia gamma di applicazioni immersive, SyncVR Medical permette ai pazienti di ridurre lo stress preoperatorio, affrontare la riabilitazione con maggiore coinvolgimento e diminuire la percezione del dolore senza l’uso di farmaci aggiuntivi. Numerosi studi scientifici confermano che l’impiego della realtà virtuale in ambito clinico può ridurre l’uso di analgesici, migliorare la mobilità nei percorsi riabilitativi e abbassare i livelli di ansia, soprattutto in reparti critici come quelli oncologici e pediatrici. Le soluzioni VR vengono inoltre adottate nella formazione del personale medico, offrendo simulazioni avanzate per l’apprendimento di procedure complesse e la gestione di emergenze. Il lavoro rappresenta un punto di svolta nell’integrazione della tecnologia nei percorsi di cura, rendendo la realtà virtuale una componente concreta della medicina contemporanea.
Giungendo alla conclusione di questo percorso, diventa evidente come le esperienze immersive non siano solo strumenti di supporto terapeutico, ma possano trasformarsi anche in potenti mezzi educativi. Non si tratta solo di imparare a gestire meglio la propria condizione fisica e la regolazione delle emozioni e degli stati mentali, ma anche di esplorare nuovi orizzonti, riscoprire luoghi familiari, visitare musei o immergersi in paesaggi che altrimenti sarebbero irraggiungibili. L’arte e la cultura si rivelano così non solo elementi di arricchimento personale, ma veri e propri strumenti terapeutici capaci di influenzare positivamente il benessere psicofisico del paziente.

L’applicazione della realtà virtuale, tuttavia, non si esaurisce qui. La sua straordinaria versatilità la rende una risorsa preziosa anche nella formazione medica, permettendo agli studenti di anatomia di esplorare il corpo umano in modo interattivo e agli aspiranti chirurghi di esercitarsi su simulazioni realistiche di interventi. Si aprono così nuove frontiere per l’educazione e la pratica medica, ma questo è un argomento che meriterebbe un approfondimento a sé.
Ciò che emerge con forza è il ruolo sempre più centrale della tecnologia nell’evoluzione della medicina. L’alleanza tra sapere medico, cultura e innovazione tecnologica sta contribuendo a ridefinire l’approccio alla cura, avvicinando sempre di più il modello di una medicina autenticamente paziente-centrica, in cui la dimensione umana torna a essere il cuore di ogni percorso terapeutico.
Immagine di copertina: Installazione visiva interattiva, creata per l'Institut Claude Pompidou di Nizza e il Centre Rainier III Hôpital Princesse Grâce di Monaco.
È cultural designer e dottoranda in Medical Humanities e Welfare Polices. Il suo filo conduttore è la cura del benessere delle persone, che sia dietro un palco con Grato Cuore, Rosetum Jazzfestival, una cattedra alla Mohole School o una ricerca per ripensare la progettazione degli ambienti sanitari attraverso interventi artistici. Con Spaghetti Boost affronterà diversi temi sul binomio arte e santità in contesti internazionali e nazionali, proponendo come innovarlo concretamente.