
Tracey Emin a Palazzo Strozzi
"Molte persone pensano che l'arte sia frivola", dice Tracey Emin, l'acclamata artista che per anni ha dovuto affrontare accuse di frivolezza. Nessuno oserebbe più fare un simile affronto a una donna il cui corpus di opere, fieramente confessionale, ha aperto uno spazio in cui l’autobiografia e la vita di una donna riflettono l’esperienza umana, e dove l’atto creativo assume un potere particolare, soprattutto di fronte ai cupi segnali dei tempi in cui viviamo.
Con i capelli striati d’argento raccolti all’indietro e un’espressione determinata, Emin prosegue il suo discorso: “L’arte non è mai stata così importante come oggi. Quando gli uomini e le donne delle caverne dipingevano sulle loro pareti, non si stavano massacrando a vicenda. Se, come esseri umani, capissimo davvero ciò che possiamo creare di bello, qualcosa che risuona di spiritualità, di amore, di consapevolezza del nostro essere mentale, fisico ed emotivo, probabilmente non ci attaccheremmo e non desidereremmo ucciderci a vicenda.”

Nella sala gremita, il pubblico trattiene il respiro, proteso ad ascoltare ogni sua parola. “L’arte non è un’immagine. L’arte non è una decorazione. L’arte è qualcosa che trascende tutto questo,” afferma Emin. “L’arte farà la differenza.”
Siamo riuniti all’ultimo piano di Palazzo Strozzi, una residenza nobiliare del XVI secolo trasformata in museo, nel cuore di Firenze. Emin è arrivata con oltre un’ora di ritardo, la sua salute ha interferito con i tempi, ma la sala è comunque stipata all’inverosimile per lei, mentre inaugura la sua più grande mostra mai realizzata in Italia. Le gallerie ospitano oltre sessanta opere che attraversano l’intera sua carriera: dipinti crudi, sculture modellate a mano, quilt ricamati con dichiarazioni personali e poesie scritte a mano, trasformate in neon luminosi. “Sex and Solitude” – il titolo della mostra di Emin – è scritto in un’insegna al neon blu che campeggia sulla facciata in pietra arenaria del museo, un messaggio destinato a scandalizzare i cittadini più pudici del centro medievale di Firenze.
Lo scandalo non ha mai fermato Emin. Cresciuta a Margate in una famiglia della classe operaia, ha abbandonato la scuola a 13 anni e ha sconvolto la scena artistica nel 1997 con la mostra Sensation a Londra, che presentava le opere della generazione degli Young British Artists (YBA), tra cui Sarah Lucas, Damien Hirst, Rachel Whiteread, Chris Ofili e altri. I loro stili erano molto diversi tra loro, ma in gran parte accomunati da un’attitudine provocatoria – nessuno in modo più crudo e quasi dolorosamente intimo di Emin. La sua opera contribuì immediatamente allo scandalo: Everyone I Have Ever Slept With, una tenda i cui interni erano ricamati con i nomi di tutte le persone con cui aveva dormito – non solo amanti, ma anche amici, familiari, i suoi due figli mai nati, i suoi aggressori – scandalizzò il pubblico, come se qualcuno, per di più una donna, si vantasse delle proprie conquiste sessuali trasformandole in arte.
Vidi la tenda quando fu esposta a New York. Dando un’occhiata all’interno, mi aspettavo di trovarci ben poco, dopo aver sentito così tante critiche su quello che veniva definito un banale esercizio di esibizionismo personale. Eppure, la schiettezza dell’opera mi attirò nella storia che Emin stava raccontando – una storia di intimità, sesso e trauma – e questa storia si allargò fino a includere la mia, e la nostra: tutte le esperienze che viviamo nei recessi più profondi e talvolta strazianti, talvolta solitari, delle nostre vite. Questa è la sincerità personale, senza filtri, che Emin ci ha donato per tutta la sua carriera – uno specchio vastissimo delle frastagliate esistenze di ognuno di noi.
A Palazzo Strozzi, il sesso è ovunque, come il titolo della mostra promette, insieme alla struggente sensazione di solitudine. Nel cortile porticato del museo, visibile a chiunque passi per strada, un’enorme scultura di sette metri raffigura un corpo femminile piegato a quattro zampe, una forma bronzea modellata in modo grezzo ma in una posizione fisica inequivocabilmente aperta alla penetrazione, forse in attesa malinconica d’amore.
Salendo nelle gallerie, le pareti sono fiancheggiate da grandi dipinti realizzati con la pennellata spontanea di Emin, che raffigurano corpi arcuati in amplessi sessuali, ma pervasi da un senso di angoscia – fluidi che sgorgano come sangue da una ferita, più che come il culmine dell’estasi.
Gli aforismi e le poesie dell’artista, illuminati in neon, danno voce a questo struggimento emotivo, riempiendo le gallerie con desideri inquietanti e disperati, come le parole rosa brillante di I Longed for You del 2019, appese a una parete della mostra:
I longed for you – I wanted you
The only place you came to me was in my sleep
Too far for me to touch
With time you slowly disappear

“La gente pensava che il mio lavoro parlasse solo di sesso, che fosse provocatorio e scioccante, ma non è mai stato così,” dice Emin. Il corpo femminile è stato rappresentato dagli artisti uomini come un oggetto di desiderio fin dagli albori dell’arte, ma quando sono le donne artiste a raccontare con franchezza il corpo e il desiderio femminile, il loro lavoro viene liquidato come diaristico, privo di valore universale. “Solo ora la gente ha iniziato a vedere davvero di cosa parla il mio lavoro,” afferma. Sesso e solitudine. Amore e sofferenza. Aggressione e vittimizzazione. Vita e il presagio della morte.
Oggi, il prestigio di Emin è indiscutibile. La sua opera più controversa, My Bed, una materasso circondato dai resti del suo sconvolgimento emotivo – lenzuola sporche, preservativi usati, biancheria macchiata di sangue, bottiglie di liquore vuote – oggi condivide una galleria con Francis Bacon nella collezione della Tate.
Membro della Royal Academy of Arts, Emin è solo la seconda donna mai nominata in un’istituzione la cui storia risale al 1768 – un dato che dice tanto sul sessismo dell’Accademia quanto sul riconoscimento del suo talento. E se un tempo era la spigolosa enfant terrible del mondo dell’arte, nel 2024 Emin è stata insignita del titolo di Dama Comandante dal re per i suoi servizi all’arte – un onore ancora più significativo, perché Dame Tracey pensava che non sarebbe sopravvissuta per riceverlo.
Nella primavera del 2020, le fu diagnosticato un aggressivo cancro alla vescica, una malattia con un tasso di sopravvivenza spaventosamente basso. Subì un intervento chirurgico che le asportò linfonodi, utero, parte delle vie urinarie, della vescica, della vagina e dell’intestino. “Avevo accettato di morire,” racconta oggi. Ma con il suo solito coraggio, si impose di “iniziare a prendermi cura della vita – vivere ogni momento.”
Ora, a 61 anni e miracolosamente in remissione, afferma con un sorriso sarcastico: “Il mio premio per essere ancora qui è fare la cosa giusta.” Nel 2023 ha aperto una residenza artistica, con studi gratuiti per studenti d’arte e un programma scolastico gratuito, nella sua Margate.
Dopo l’intervento, non riuscì a dipingere per un anno intero, non riusciva nemmeno a sollevare una teiera, dice. Ma una volta ripresasi, “Sono tornata in studio e ho dipinto come un derviscio, come una banshee, come una pazza furiosa.”
Di fronte alla morte, la vita si è ridotta all’essenziale: fare arte e aiutare gli altri a farla. “Tornare a dipingere,” dice, “è stata la libertà assoluta.”
Immagine di copertina: Tracey Emin, Sex and Solitude, Palazzo Strozzi, Firenze, 2025. Photo Ela Bialkowska, OKNO Studio © Tracey Emin. All rights reserved, DACS 2025
Laura Rysman collabora regolarmente con il New York Times, è corrispondente per l'Italia centrale di Monocle e redattore della rivista sorella Konfekt. Giornalista americana e da tempo residente in Italia, scrive di arte, moda e viaggi, con particolare attenzione alla creatività, all'artigianato e alla cultura italiana.